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Corriere della Sera
Domenica, 28 luglio 1996

 

In altre parole

 

Lo «sfascismo» promosso dai vocabolari

 

di GIULIO NASCIMBENI

 

Da qualche anno è molto in voga la parola «separatezza». La si usa in sociologia, in psichiatria, in politica, in economia, in certo giornalismo raffinato. Confesso di aver considerato «separatezza» quasi alla stregua di un neologismo, considerando che alcuni vocabolari la definiscono un termine «non comune». Invece, ecco la sorpresa: «separatezza» è già presente negli scritti di Paolo Segneri, il predicatore e letterato vissuto tra il 1624 e il 1694.

Debbo questa scoperta al XVIII volume, appena uscito, del «Grande Dizionario Battaglia della lingua italiana» (ed. Utet), diretto da Giorgio Barberi Squarotti e ormai in vista del traguardo conclusivo dei venti volumi. Sono 1112 pagine, aperte dalla definizione di «schola cantorum», seguita quasi subito da un lunghissimo avverbio di ardua pronuncia: «shopenhauerianamente», che fu coniato da Massimo Bontempelli.

La parola che chiude il volume (siamo sempre, si noti, alla lettera «s») è «sikkismo», il movimento religioso indiano rappresentato dalla comunità dei Sikh.Poco prima, c'è un vocabolo che mi ha letteralmente affascinato e che non trovo in nessun altro dizionario a mia disposizione: «sigologia», lo studio sociologico del silenzio (dal greco «sighé» che, appunto, significa silenzio). La citazione del Battaglia rimanda ad un articolo apparso sulla «Critica sociologica» nel 1989, in cui si sosteneva che «la sigologia potrebbe offrire indicazioni di prim'ordine nella lettura del sociale».

Ma che spazio c'è per il silenzio, il vero silenzio, in questo nostro tempo in cui non si fa che sbraitare, rivendicare ad alta voce, gridare collere e risentimenti, alla tv, alla radio, sui giornali? La «sigologia» dovrebbe entrare nei programmi scolastici, avendo per motto quel che diceva Gandhi: «E' silenzioso colui che, pur avendo la possibilità di parlare, non pronuncia nessuna parola inutile». Mi viene un dubbio: che il silenzio «sociologico» sia diverso da quello che s'intende comunemente? Se così fosse, tante scuse. Con il piacere, in ogni caso, d'aver trovato una parola che ignoravo.

Quanto all'attualità, il XVIII volume del Battaglia offre l'occasione per meditare sulla lunga storia di «secessione», «secessionismo» e «secessionista», usati quando Bossi non era ancora all'orizzonte. Infine, noto che sono stati promossi «sfascismo» e «sfascista», oltre a quello «sgarrupato» (nel senso di disordinato, disastrato, caotico, male in arnese), che ebbe il suo momento di gloria nel nostro linguaggio quando uscì, nel 1990, «Io speriamo che me la cavo» del maestro Marcello D'Orta.