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Corriere della Sera
Giovedì, 10 luglio 1997
Terza pagina

 

ELZEVIRO Dal Mit un bestseller scientifico

 

Nella navetta di Pinker verso le radici della lingua

 

di MASSIMO PIATTELLI PALMARINI

 

Il Premio Nobel americano James Watson, scopritore, con Francis Crick,

della struttura del DNA, iniziava la sua celeberrima autobiografia La

doppia elica con la frase: «Non ho mai visto Francis in vena di

modestia». Un attacco narrativo molto simile è quello dello psicologo

Steven Pinker nel suo bestseller divulgativo, appena tradotto in

italiano (L'istinto del linguaggio, edito da Mondadori): «Non ho mai

conosciuto una persona che non fosse interessata al linguaggio». Poi

astutamente aggiunge: «Ho scritto questo libro per soddisfare tale

curiosità». E bisogna dire che ci è pienamente riuscito, battendo, in

questo, perfino il suo maestro e mentore, l'eroe della filigrana di

tutto questo libro, cioè Noam Chomsky. Ho incontrato negli Stati Uniti

e in Europa professionisti colti, illustri scienziati e agguerriti

filosofi, fino ad ora rimasti agnostici, o perfino un po' scettici,

sulle ragioni e i contenuti della cosiddetta «svolta chomskiana»,

conquistati dal libro di Pinker. Lo stesso Chomsky è rimasto

piacevolmente stupito dal successo de L'istinto del linguaggio anche in

ambienti rimasti, fino ad oggi, poco ricettivi.

 

Per chi ha la fortuna di ben conoscerlo personalmente, la spiegazione è

ovvia: Steve possiede una chiarezza espositiva senza pari e ha la

capacità di rendere accessibili e vibranti anche i contenuti più ardui

della sua professione. Giovane, ma non più giovanissimo, ha conservato

tratti quasi adolescenziali, una folta chioma di riccioli, lo charme di

uno sguardo insieme penetrante e cordiale. Arriva al suo ufficio di

Direttore del Centro per le Neuroscienze Cognitive del Mit con tanto di

caschetto, pantaloni da ciclista, guanti traforati e, mentre ancora sta

mettendo l'antifurto alla sua super-leggera nel cortile, e si avvia per

i corridoi dell'istituto con la speciale falcata che impongono gli

scarponcelli da bici, già è prodigo di saggi consigli a uno studente o

a una laureanda. Si conquistano così gli studenti, ma certo non decine

e decine di migliaia di lettori.

 

Il suo vero segreto, a mio parere, è quello di aver trasformato in un

pallone aerostatico ascendente qualcosa che fino ad oggi aveva, invece,

costantemente pesato sulla disciplina, cioè proprio quell'universale e

possente interesse generico per i fatti linguistici dal quale il libro

prende avvio. La linguistica scientifica moderna, infatti, deve

costantemente lottare contro questo eccesso di fascino. Mentre nessuno

che sia digiuno di biologia suppone di saperne di DNA, o di virus, o di

replicazione cellulare, tutti pensano di saperne abbastanza sul

linguaggio. Chi scrive di linguistica per un largo pubblico non incide

su una tabula rasa. Tutt'altro. Bisognerebbe, idealmente, prima

cancellare i preconcetti depositati dalle nostre intuizioni spontanee,

poi scrivervi sopra quanto si è faticosamente andanto scoprendo negli

ultimi decenni.

 

Il guaio è che, sulle tavolette della nostra mente, non si può

procedere così. Come ci insegnò a suo tempo Francesco Bacone, occorre

prima incidere il nuovo, per poter poi cancellare il vecchio. E questo

è proprio ciò che fa Pinker, partendo da Darwin, all'alba della specie,

passando per il «farfugliare» degli indigeni nelle profondità della

Nuova Guinea, poi mettendo a fuoco lo slang degli adolescenti di colore

di Harlem, per confutare l'idea che quel tipo di lingue «degenerate»

non abbiano una sintassi. Fatto questo, passiamo a una lingua creola

nel Sud del Pacifico, spontaneamente creata quando dei bimbi, oggi

vecchietti, arricchirono per istinto, con elementi basilari da loro

inventati, il pidgin dei loro genitori.

 

Un pidgin è un coacervo di parole prese in prestito da diverse lingue.

Serve solo a vendere e comprare, e a impartire ordini a schiavi, o a

milizie raccogliticce. Discendenti da schiavi di ogni colore e lingua

che erano stati per forza radunati e risultarono accomunati solo da

tale linguaggio scarno e improvvisato, quei bimbi avevano

spontaneamente introdotto, creandoli di sana pianta, gli articoli (come

i nostri «il», «un»), i tempi dei verbi, gli ausiliari (come i nostri

«ho», «era» ecc.) e varie altre strutture sintattiche, proprio come

quelle delle lingue «vere». La specialissima, babelica situazione di

quelle sventurate popolazioni di schiavi ha dimostrato in modo

paradigmatico che la lingua dei figli può benissimo essere per istinto

grammaticalmente assai più ricca e strutturata di quella dei loro

genitori.

 

Scritto questo fenomeno sulle nostre tavolette mentali, viene naturale

cancellare l'idea che i bimbi apprendano la loro lingua maderna dagli

adulti per «imitazione». Se non ci bastasse, piano piano,

efficacemente, Pinker arricchisce il quadro, e scrive sulle tavolette

della nostra mente altre idee nuove, aggiungendo a casi come quelli che

ho appena menzionato, i linguaggi gestuali dei sordi congeniti (che

hanno la stessa identica sintassi delle lingue parlate, nonostante si

manifesti per il canale del gesto), i deficit linguistici innati, come

lo SLI (Specific Language Impairment), che produce persone

dall'intelligenza perfettamente normale, ma selettivamente menomate

nelle capacità sintattiche, e (all'opposto) la sindrome di Williams,

che produce bimbi dall'intelligenza gravemente ridotta, ma dalle

capacità linguistiche sbalorditive. Ci sono poi i casi delle lesioni

cerebrali a effetto molto circoscritto, come le afasie, che, a volte,

paiono smontare le rotelle del linguaggio una ad una, lasciando le

altre intatte. La ben oliata navetta di Pinker fa la spola tra dati di

questo genere e i principi della linguistica scientifica, esposti in un

sapiente crescendo di difficoltà. Arriviamo a toccare con mano le

radici stesse del linguaggio, e quindi della nostra specie. Certi

bambini di città (in America almeno, ci dice Pinker) credono che il

latte sia direttamente prodotto dai camion che lo distribuiscono.

 

Per restare su questa metafora, il tipo di linguistica scientifica

coltivata da Pinker, Chomsky e molti altri non si sofferma affatto sui

problemi di distribuzione lattiera nelle grandi città, ma indaga

piuttosto i meccanismi fisiologici attraverso i quali la prolattina

induce la secrezione del latte. La sua lezione fondamentale è in

massima parte la stessa di Chomsky. Mi sembra la si possa ben

sintetizzare rifacendoci proprio alla scoperta del DNA, cioè alla

lezione di Watson e Crick.

 

Niente parrebbe più diverso da una libellula di un rinoceronte. Se

intendiamo fermarci a questa innegabile e lampante diversità, padroni!

Ci precluderemmo, però, la difficile, meravigliosa scoperta di ciò che

l'una e l'altro hanno in comune, quando si scende a un livello

biologico più profondo.