Il paradosso come strumento contro gli stereotipi

 

Pubblichiamo alcune osservazioni sulla pratica didattica inviateci da un Socio.

 

I tedeschi sono freddi e calcolatori, gli inglesi sono snob, gli italiani? Pizza, spaghetti, mandolino, mafia.

Questi sono solo alcuni dei pregiudizi, dei cosiddetti stereotipi che generalmente determinano l’immagine che un popolo ha di un altro.

Idee così rigide e distorte possono costituire un vero e proprio muro per l’interscambio tra due diverse culture: “(...) la percezione di una cultura diversa dalla propria è filtrata (...) attraverso una rete di stereotipi, i quali devono la loro formazione alle successive sedi-mentazioni di senso apportate dal divenire storico-culturale” (Mininni-Voelzig 1986: 358).

In una conferenza tenutasi a Firenze nel giugno 1994 (“Contrasti e confronti tra Italia e Germania”) alcuni giornalisti tedeschi rilevavano il fatto che i giornali e la televisione in Germania, riguardo all’Italia, presentano generalmente servizi di costume o “curiosità” (“Come gli italiani corteggiano le donne”, “Italia: paese della mafia”, ecc.) diffondendo e riaffermando costantemente un’immagine falsata e a senso unico dell’Italia.

L’intervento dei mass media nel senso del consolidamento degli stereotipi è determinante, basta ricordare questo significativo titolo apparso su una rivista tedesca: “Urlaub 80. Deutschland - teurer - dafür Ruhe, Spass und Lachen. Italien - Billiger - dafür Terror, Angst und Tränen”. (Vacanze 80. Germania - più costosa - perciò tranquillità, divertimento e risate. Italia - più economica - perciò terrore, ansia e lacrime).

Su questo problema qualche anno fa è stata effettuata una significativa ricerca che mirava a stabilire in quale modo si organizzano e si diffondono gli stereotipi: “(...) chiedevamo espressamente ai soggetti di riferirci le loro opinioni su alcuni argomenti che proponevamo loro con brevi locuzioni tratte di solito dall’attualità giornalistica o dal linguaggio pubblicitario (...) le risposte sollecitate da tali espressioni linguistiche tendevano a confermare lo stereotipo interculturale in esse veicolato”. (Mininni-Voelzig, op. cit.: 358).

Da quanto fin qui rilevato, si può capire in che misura i pregiudizi siano dannosi per lo sviluppo della competenza culturale e di conseguenza anche per lo studio della lingua: una persona che voglia studiare una lingua straniera se ritiene a priori che quella cultura sia da rifiutare, difficilmente ne vorrà appro-fondire la conoscenza.

In questo senso è emblematico il caso della cultura e della lingua italiana dal momento che creare e mantenere la motivazione risulta più impegnativo che per altre lingue (l’italiano è una lingua “inutile”) ed è proprio per questo che gli stereotipi dovrebbero essere contrastati efficacemente.

A tale scopo pensiamo che oltre alla tecnica del censimento potrebbe essere utilizzato anche il paradosso.

La tecnica del paradosso viene già utilizzata in campo strettamente psicoterapeutico e risulta molto efficace per abbattere certe resistenze psicologiche (Watzlawick-Beavin 1975: 184). Essendo anche lo stereotipo una sorta di “muro psicologico” crediamo che in questo caso l’uso del paradosso possa portare a dei risultati positivi.

L’insegnante infatti potrebbe estremizzare l’idea stereotipata e renderla addirittura paradossale così da creare una specie di “comunicazione dell’assurdo” con gli allievi.

Scrive a questo proposito il Mininni che lo stereotipo è: “(...) il raggrumarsi delle esperienze in strategie percettive sostanzialmente immobili, sostenute da pressanti esigenze psicologiche di economicità e di sicurezza (Mininni-Voelzig op. cit.:  378).

L’atteggiamento paradossale dell’insegnante dovrebbe servire a mettere in ridicolo lo stereotipo cosicché anche gli allievi, una volta decodificato il messaggio paradossale dell’insegnante, possano ridere del luogo comune; in questo modo si verrebbe a colpire il pregiudizio e si creerebbe anche un’atmosfera divertente e giocosa che, come sappiamo, facilita il lavoro in classe.

Oltre alla comunicazione verbale l’insegnante dovrebbe rendere paradossale anche la comunicazione non-verbale (l’insegnante recita, gli allievi ridono).

A questo punto è utile ricordare un’esperienza. Durante un corso estivo per principianti è stata mostrata agli allievi una sequenza didattizzata tratta dal film di Francesco Nuti “Son contento”  dove il protagonista agisce in modo un po’ vile ed opportunista; si è poi molto insistito sul fatto che gli italiani (e solo gli italiani) hanno quel tipo di atteggiamento in determinate situazioni.

Un esempio di paradosso potrebbe essere questo: “E’ vero tutti gli italiani sono mafiosi e l’Italia è il paese della mafia a tal punto che se uno straniero vi soggiorna per almeno due mesi, ormai come italiano adottivo, può richiedere il certificato di mafioso”. Di questi esempi se ne potrebbero fare molti per ogni stereotipo.

Gli allievi, dopo qualche minuto, hanno reagito allo stimolo facendo presente all’insegnante che anche nei loro paesi le persone in simili occasioni avrebbero tenuto un comportamento uguale a quello del protagonista del film di Nuti.

Successivamente si è sviluppata una discussione (stimolata e ampliata dall’insegnante) che ha permesso agli studenti di confrontarsi tra di loro e con l’insegnante giungendo così ad una visione più critica e consapevole rispetto al pregiudizio.

In conclusione crediamo che la forza di contrasto del paradosso e dell’ironia nei confronti dello stereotipo sia notevole soprattutto se questo metodo di attacco al pregiudizio viene regolarmente utilizzato; in tal senso pensiamo che possa essere utile anche una scheda in cui gli allievi possono registrare gli stereotipi in modo da avere un quadro di riferimento costante su cui riflettere nella prospettiva di un sempre maggior sviluppo del principio di “relativismo culturale”.

 

Sergio Carapelli

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Mininni G., Voelzig P.L., Lo stereotipo nella comunicazione interculturale: una proposta di ricerca, in Linguistica e Antropologia, Bari, 1986.

Watzlawick P., Beavin J. (trad. it.), Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1975.